Sesso e disabilità: basta tabù

pop-sex, rispetto

Noi esseri umani abbiamo comunemente pensieri, comportamenti, sensazioni, desideri e fantasie che ruotano intorno al sesso
Avere una disabilità fisica o intellettuale non incide – o perlomeno non dovrebbe incidere – sulla sessualità di una persona e sul suo desiderio di esprimerla. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto la salute sessuale come diritto fondamentale, che al pari di ogni altro va rispettato, protetto e soddisfatto. 

Se la tua disabilità altera in qualche modo la tua libertà di avere una vita sessuale serena, ti fa sentire insicur* o preoccupat* nei confronti del sesso, sappi che questa sensazione è molto più comune di quanto pensi, anche tra i “normodotats”. 

Purtroppo l’ansia nei confronti dell’atto sessuale è diretta conseguenza della scarsa educazione sessuale che ci viene offerta. Ti garantisco però che ognuno ha la possibilità di trovare un modo di approcciare la sessualità che risponda ai personalissimi bisogni del suo corpo e della sua mente. Certo, non è facile! Ma non è nemmeno impossibile e ti assicuro che, una volta trovato, ti darà grandi soddisfazioni.

In Italia, l’organizzazione LoveGiver è una delle più importanti a occuparsi di sesso e disabilità. Vai a sbirciare il loro sito per scoprire tante informazioni utili e interessanti!

Ma torniamo a noi: perché ho deciso di scrivere questo articolo?

Olimpia: la mia musa

La mia attenzione al tema della sessualità e disabilità è cresciuta in maniera esponenziale quando ho ascoltato la storia di Olimpia, che mi ha colpita a tal punto da chiederle di condividerla.

Questo è tra l’altro il momento perfetto per farlo, perché dal 2015 in Italia luglio è il mese del Disability Pride, una celebrazione nata per rivendicare l’effettiva inclusione di tutte le persone con disabilità. ⁣Insomma, l’occasione giusta per smettere di abbassare lo sguardo e ricordarci che il sesso non è fatto solo per alcuni corpi.

Olimpia è stata talmente meravigliosa che, oltre a darmi il permesso di condividere la sua testimonianza, ha anche risposto a tantissime domande – più o meno indiscrete – mie e dei/delle follower della mia pagina Instagram.

Quindi, buona lettura!

Ciao a tutt*, sono Olimpia!

Prima di tutto voglio ringraziare Silvia per avermi dato l’opportunità di raccontarvi il mio punto di vista su sesso e disabilità.

Tutti sappiamo che l’amore e la sessualità non sono temi facili. Se ne parla molto ma – ahimè – spesso superficialmente e non con il dovuto rispetto. Nella mia esperienza personale ho notato che il rispetto viene nettamente a mancare: mi è capitato tante volte di essere messa alla berlina da medici ginecologi che effettuano le visite di routine senza tener conto della mia condizione, che mi hanno fatta sentire inadeguata per il fatto che fossi ancora vergine a 28 anni e che mi hanno trattata come un fazzoletto moccoloso da gettare il prima possibile in pattumiera. 

A questo proposito vorrei raccontare un episodio che mi è accaduto l’anno scorso, in ospedale. Mi presentai al pronto soccorso per un forte dolore alle ovaie, mai provato prima, seguito da vomito. La dottoressa che mi visitò mi squadrò da testa a piedi, chiedendomi perché mi trovassi lì. Una volta scoperto che non avevo mai avuto rapporti, mi guardò con aria impietosita e con un mezzo sorrisetto di compatimento sulle labbra mi disse: “Allora non ti posso aiutare, sei vergine… Ci posso provare ma sarà difficile!”

Mi sono subito sentita travolta da un senso di inadeguatezza, ma l’interrogatorio non era ancora finito. La dottoressa continuò a farmi delle domande che io percepivo sempre più fuori luogo, alle quali però cercavo di rispondere con tutta calma dato che non volevo assolutamente peggiorare la mia situazione.
“Lo sai che sei molto carina?” – “Perchè non hai nessuno nella tua vita?” – “Ce le hai delle fantasie sessuali?” 

Come se non bastasse, aggiunse: “Non riesco a visitarti, sei troppo rigida… Sai che fai? Ora esci da questo ambulatorio, ti trovi un ragazzo che ti piace, fai quello che devi fare e poi torni qui, così posso visitarti!”

A quel punto ero uno straccio, privata della mia dignità di persona, derubata del rispetto che a chiunque è dovuto. Dissi alla dottoressa che le mie fantasie sessuali le ho eccome, che nella mia vita non c’era nessuno perché evidentemente non era il momento opportuno e che se non mi fossi ritenuta carina probabilmente non sarei nemmeno uscita di casa! Lei percepì il mio fastidio e si affrettò a giustificarsi sostenendo che aveva detto quelle cose “per scherzare”, che non dovevo prenderla sul serio. Troppo tardi per le sue scuse, se così le possiamo chiamare. 

Uscii da quella consulenza peggio di come stavo prima, con nessuna diagnosi ma con un bagaglio di imbarazzo e sensi di colpa enormi e indotti che durarono un paio di giorni, sparendo con un sonoro “calcio nel sedere virtuale” a chi mi aveva fatta sentire in quel modo. Mi dissi che non dovevo permettere che i giudizi altrui tenessero sotto scacco la mia libertà

Proprio di libertà si tratta: la libertà sessuale è un diritto di tutti e va esercitato nel rispetto dell’altr* e delle proprie aspirazioni e desideri. Non importa se si è soli o in coppia: non sempre si ha ciò che si vuole nella vita e questo non è un buon pretesto per ricorrere al vittimismo.
La condizione di solitudine riserva opportunità diverse che in altri paesi, come l’Olanda, fanno ormai parte della quotidianità. Avete mai sentito parlare della figura del lovegiver? È una figura professionale a tutti gli effetti, con contratto e stipendiata dallo Stato, che aiuta le persone con disabilità a riscoprire la propria sessualità senza vergogna. Si inserirebbe bene anche nel nostro Paese e, se venisse riconosciuta legalmente, si riuscirebbe ad abbattere la piaga della prostituzione e a garantire una maggiore libertà sessuale a disabili e non.

“Perché secondo te le persone con una disabilità vengono sempre viste come asessuate? Cioè perché è così assurdo pensare che chiunque abbia delle pulsioni sessuali?”

DOMANDA NUMERO 1

Perché mancano la volontà e il coraggio di chiedere, di toccare o di approfondire la questione. Quindi è comodo etichettarci come asessuati per non dover assumersi troppe responsabilità. Spesso veniamo ancora visti come bambini a cui non si riesce nemmeno a dare del lei, nonostante l’età sia evidente.

“Chi si è occupato della tua educazione sessuale se hai subito sempre questo ostruzionismo?”

DOMANDA NUMERO 2

Io la mia sessualità l’ho scoperta tardi, da sola e in un modo un po’ buffo. 
Ero studentessa a Vienna e, stressata dallo studio, cercavo un modo per rilassarmi. Leggevo sempre che il clitoride, se stimolato, ha un magico potere rilassante e così mi sono detta: “Dai, proviamo!”

I rapporti “classici” con penetrazione non li ho mai sperimentati, ma non mi entusiasmano. Mi intriga di più il sesso orale, forse perché sono facilitata nei movimenti e devo utilizzare meno o per nulla le gambe, con cui ho difficoltà.

“La gente si stranisce se parli di sesso?”

DOMANDA NUMERO 3

È raro che mi venga chiesto se ho una relazione o se convivo, quando invece per le persone “normali” sono domande che vengono spontanee. Figurati come la prenderebbero se parlassi di sesso!

Io a Vienna trascorrevo molto tempo con dei compagni di corso che appartenevano alla comunità LGBTQ+ e che non facevano mistero delle loro pratiche sessuali. Questo mi faceva sentire bene, perché anche se non ero in una relazione mi piacevano il senso di spontaneità e leggerezza nell’aria, anche nei miei confronti.

Un giorno accadde una cosa davvero piacevole per me: la possibilità di aiutare un’altra persona a soddisfare un suo istinto sessuale del momento. Questa ragazza era una mia compagna di corso bisex. A una festa, un po’ brilla, mi disse: “Sai Olli che hai proprio un bel culetto?! Ti dispiace se te lo palpeggio un po’?”
Io tutta felice le risposi che mi faceva molto contenta, perché nessuno me l’aveva mai detto e nessuno me l’aveva mai toccato.

Questa piccola comunità LGBTQ+ è diventata subito una famiglia, forse anche per il fatto che eravamo tutti all’estero, lontani da casa. Con loro mi sono sempre sentita integrata e mai un’estranea. Probabilmente chi già si sente “diverso” (con tutte le virgolette possibili), come chi fa parte del mondo LGBTQ+, è incuriosito dal “diverso” e soprattutto lo rispetta.

Spero che Olimpia ti abbia aperto la mente, come ha fatto con me.

Silvia Gioffreda

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